SAKINEH E FAITH. UGUALI DESTINI, TRATTAMENTI DIVERSI

La mobilitazione italiana per salvare la vita di Sakineh Mohammadi Ashtiani, senza ombra di dubbio, rappresenta nel campo delle relazioni internazionali un’importante presa di posizione per il rispetto dei diritti umani che valga al di là di qualsiasi confine e di qualsiasi ordinamento giuridico a cui ogni individuo è sottoposto.
La brutalità della condanna che pende sul capo di Sakineh ha certamente scosso la sensibilità delle istituzioni, degli uomini di governo e della gente comune; l’idea che esistano ancora pene e metodi così efferati e contemporaneamente anacronistici, rafforza in noi la consapevolezza di vivere in uno Stato di diritto in cui la violenza appartiene agli altri, al mondo non civilizzato.
Eppure, se vogliamo farci capofila o portabandiera di un senso di civiltà che combatta i soprusi, che presupponga una giustizia in linea con gli Accordi Internazionali sui Diritti Umani che spesso le nazioni hanno firmato senza alcun interesse a farli rispettare, dovremmo percorrere la strada di chi si batte per tutti incondizionatamente e senza tener conto dello Stato nei cui affari s’intende ingerire.

Incondizionatamente per tutti: è realmente così? Non possiamo non tener conto della vicenda di Faith Aiworo, la ragazza nigeriana condannata a morte ed espulsa dall’Italia, per la cui causa abbiamo lanciato un appello su Facebook  (che invitiamo a sottoscrivere cliccando qui).
È inevitabile chiedersi quale sia la coerenza in termini etici nel battersi per una donna iraniana condannata alla lapidazione ed espellere dal nostro Paese una donna nigeriana e quindi sancirne la definitiva condanna all’impiccagione.     
Il no alla pena di morte può prendere una forma concreta solo nel momento in cui comprende nel suo raggio d’azione ogni uomo e ogni donna di qualunque provenienza.
Allo stesso modo è inevitabile non pensare all’immobilismo e al silenzio italiano, che dura da anni, di fronte alle pene capitali emesse da Paesi come Stati Uniti e Cina.

Ed è ancora inevitabile non tener conto dell’Accordo firmato con la Libia, Stato a cui Amnesty International ha lanciato un pesante monito riguardo alla condizione femminile. Accordo che prevede il respingimento di clandestini che vogliono entrare in Italia, lasciati invece in balia di una dittatura che ha poco a fare con quel senso di civiltà che nella vicenda di Sakineh Mohammadi Ashtiani l’Italia vuole promulgare con tanto vigore.

Chiediamo quindi pari trattamento, pari dignità per queste due donne e per tutti coloro che vivono nell’attesa di essere giustiziati e che possono essere salvati.
 
Di Faith non si hanno più notizie. Il Governo Italiano ha ora il dovere di battersi per lei, come per Sakineh.

FIRMA QUI L'APPELLO PER FAITH AIWORO