DIREZIONE SEMPRE DRITTO: VIAGGIO LIBIA-ITALIA SU UN BARCONE

La storia di Y., un ragazzo marocchino di 24 anni, è simile a quella di tanti altri ragazzi immigrati che hanno sfidato la sorte e la propria stessa esistenza, che hanno abbandonato la loro casa e i loro affetti, per un po’ di sola e sana tranquillità.

Mi ha raccontato la sua avventura con facilità, come se fosse normale e scontata, senza far sentire il peso di quel diceva, ma io l’ho sentito lo stesso. 

Tutto per Y. comincia nel 2006, il giorno in cui una conoscente di famiglia bussa alla porta della sua casa di Casablanca, dove viveva con i suoi genitori. Vuole proporre uno scambio di favori un poco inusuale: lasciare il figlioletto di 6 anni nelle mani della famiglia di Y. per un intero anno in cambio di 100 euro al mese; lei invece sarebbe partita per l’Italia in cerca di un lavoro. 
Il bambino rimane in casa per oltre 2 anni, ma lo scambio di favori si conclude in un modo diverso: la famiglia rifiuta la somma proposta ma Y.- che già rifletteva sulla possibilità di emigrare, data l’indigenza in cui viveva – pensa bene di sfruttare “l’aggancio” in Italia e chiederle un aiuto.

Gli viene presentata una donna che vive in Libia; lei ama molto il Marocco, ama Casablanca e la sua cucina e così in cambio dell’ospitalità di due settimane, arriva la proposta di partire per la Libia, e la successiva destinazione Italia. Volo per Tripoli tutto pagato, soggiorno a casa della donna; non gli resta che fare le valigie, e prepararsi all’idea di andarsene.

Appena uscito dall’aeroporto di Tripoli, gli si avvicina una poliziotta che inaspettatamente si rivolge a lui dicendo: “stai attento, che questa settimana il mare non è buono”. Y., cercando di mantenere la calma, risponde che sta semplicemente andando a lavorare. Da lì a poco capisce tutto, capisce il motivo di quell’ammonimento tendenzioso.

Una schiera di taxisti, che forse hanno imparato a leggere la nazionalità marocchina dal solo aspetto fisico, cominciano a offrirgli il viaggio fino a  Zwara, città portuale da cui partono i barconi in direzione Italia. La Libia è realmente l’anticamera del BelPaese. 

Arriva nella villa della donna dove rimane a bocca aperta per lo sfarzo in cui si trova. “Tante cose, tante ricchezze messe tutte insieme non le ho mai viste nemmeno in Italia”. Si gode il lusso per due settimane, ma senza poter mettere il naso fuori di casa: se si sa in giro che c’è un marocchino, c’è il rischio che qualcuno tenti di estorcere soldi in cambio della sua stessa vita.

Finchè un giorno la donna gli mette 200 euro in mano e dice : “domani notte alle 4 parti per l’Italia, devi fare una piega nella maglietta e cucirci dentro i soldi”.

Vengono a prenderlo con automobili lussuose. Insieme alla donna, ci sono anche dei poliziotti libici vestiti in borghese e nel tragitto si fermano più volte e prelevano altre persone dalle abitazioni finchè si compone una “squadra” di 25 persone: sono 12 marocchini, poi egiziani, sudanesi e altre nazionalità africane. È  chiara ora l’origine di tanta ricchezza: chi ha davanti è una vera e propria organizzazione criminale in cui operano le stesse forze armate libiche e quella donna, così buona e ospitale, ci è dentro fino al collo. Ma ormai è tardi.

I 25 si trovano davanti a quella che sarebbe stata la loro unica terra sotto i piedi per i successivi 3 giorni: un peschereccio lungo nemmeno 3 metri. Devono starci tutti senza discussioni; a nulla serve cercare di rifiutarsi: “ se non sali, ti sparo” dice un poliziotto, con la mano sulla fondina, a Y. che ormai è convinto sia giunto il suo momento.

Uno dei criminali sale con loro, si assicura che siano partiti e dopo 50 metri si tuffa in mare e a nuoto torna a riva. Non c’è un sistema GPS, nessun modo per orientarsi, l’unica indicazione è: “andate sempre dritti e sarete in Italia”.

Sul barcone non c’è nemmeno lo spazio per allungare un po’ le gambe, occhi sbarrati per 3 giorni e 3 notti, manca persino l’ossigeno, spesso l’acqua inonda tutto, ci sono barrette dolci da mangiare e bottiglie d’acqua; nessuno parla, tutti aspettano solo di morire.

La barca è guidata da un algerino, che si nutre unicamente di droga; ogni tanto s’addormenta, ma la direzione è quella: sempre dritto.

Il silenzio è rotto, quando si trovano a circa un’ora da Lampedusa: vedono lontanissimo un grosso peschereccio; a bordo ci sono  dei pescatori italiani e un tunisino che dice loro che è costretto ad avvisare le autorità. Così arriva la nave della Marina, dove ricevono la prima assistenza: molti hanno bisogno della maschera d’ossigeno, uno di loro però purtroppo non ce l’ha fatta. 

Dopo qualche giorno a Lampedusa, vengono tutti trasferiti a Crotone in un centro d’accoglienza per gli immigrati dove trascorrono 2 settimane. Ricevono un buono di Trenitalia da meno di 30 euro e vengono poi accompagnati alla stazione ferroviaria: ognuno è libero di andare dove vuole; da quel momento tutti sono clandestini; è lo Stato Italiano ad averli autorizzati ed esserlo, li ha condannati ad essere poveri, soli e disperati senza una minima assistenza.
Ma in realtà, è difficile scegliere quale sia la condizione migliore fra il trovarsi povero nel proprio Paese e il trovarsi povero in un Paese dove almeno c’è uno spiraglio di possibilità.  

Y., come gli altri, ha scelto la seconda. Così va verso Parma dove vive la famiglia del marito di sua sorella. Trova un lavoro, poi una casa e vive in modo normale, nel limite dell’angoscia che la sua condizione di clandestino gli causa, ma persino il Maresciallo del paese di provincia in cui vive lo rassicura: “se fai il bravo, lavori e poi vai a casa, non ti succede niente”.

Dopo aver cambiato tanti lavori e tante città, la crisi ha colpito anche lui. Il lavoro è poco e averlo senza contratto è diventato troppo difficile. 
Ora è sposato, in attesa di un figlio, è disoccupato e senza soldi; mangia grazie alla Caritas e ai buoni dei Servizi Sociali. Ma a breve riuscirà a regolarizzare il suo permesso e potrà cercare un lavoro in Italia. 

Questa storia è tristemente ordinaria. Fa un altro effetto però sentirsela raccontare da chi l’ha vissuta, che guardare la stessa immagine al telegiornale o leggerla sui giornali.
Si sentono troppo spesso i classici cliché del marocchino, del senegalese, del cinese, privi di qualsiasi fondatezza e sensatezza.
Due parole scambiate con chi ha vissuti diversi, bastano per far cambiare la prospettiva di quello che si dà per scontato.