IMMIGRATI SOTTO ESAME: ARRIVA IL PERMESSO DI SOGGIORNO A PUNTI

Si chiama “Identità e Incontro” il piano per l’integrazione approvato dal Consiglio dei Ministri del 10 giugno scorso, più noto come “permesso di soggiorno a punti” e sarà operativo dal gennaio 2011. Si tratta di un accordo, che lo straniero che varca il confine italiano per la prima volta e di età maggiore di 16 anni, è obbligato a sottoscrivere con lo Stato Italiano, allo scopo di individuare “le principali linee di azione e gli strumenti da adottare al fine di promuovere un efficace percorso di integrazione1].

Per l’ottenimento del permesso di soggiorno, sarà necessario per lo straniero riuscire ad acquisire un pacchetto di 30 crediti, conquistabili attraverso una serie di comportamenti “virtuosi” che riguardano istruzione, corsi di formazione, iscrizione al servizio sanitario nazionale, stipula del contratto di locazione, volontariato, ecc.; è prevista inoltre la decurtazione di crediti in caso di condanna penale (anche non definitiva), mancata frequenza ai corsi di educazione civica, commissione di illeciti amministrativi o tributari, sottoposizione a misure di sicurezza personali.

Requisiti indispensabili e riconosciuti dal piano quali “impegni dello straniero” sono la conoscenza della lingua italiana (livello A2) e una sufficiente preparazione di cultura civica e vita civile italiana, le cui idoneità saranno verificate da un apposito test effettuabile entro 2 anni dalla sottoscrizione.

Alla scadenza dei 2 anni, coloro che saranno riusciti a conseguire 30 crediti - quindi adempienti – potranno rimanere in Italia e ricevere un attestato; a coloro che oscillano tra 1 e 29 crediti verrà concessa una proroga annuale; mentre con crediti pari o inferiori a 0 è prevista la risoluzione dell’accordo e conseguente espulsione.

Ciò che induce a perplessità non è l’eccessivo rigore a cui gli stranieri saranno sottoposti: considerando che in sede di firma verranno “regalati” 16 crediti e che – citando un esempio - la sola scelta del medico di base frutta ben 4 crediti, l’orizzonte dell’espulsione appare molto lontano, a meno che si tratti di una condotta di vita davvero deplorevole.

L’intento del decreto è quello di coniugare integrazione e sicurezza, ma possiamo contare davvero su un’inclusione sociale basata sulla coercizione? Se fosse sufficiente imporre l’apprendimento delle norme italiane e dei principi costituzionali, il problema della sicurezza non si porrebbe nemmeno per i cittadini italiani (la cui preparazione civica sarebbe peraltro interessante verificare) ed è arduo credere che chi delinque lo faccia per ignoranza.

Sarebbe auspicabile che il provvedimento avesse un carattere per lo più premiale verso coloro che si adoperano per la costruzione di una società che rispetti ogni diversità, attraverso una condotta di vita adeguata al contesto abitativo e quindi conforme alle norme italiane. Politiche migratorie tese alla scrematura di “buoni e cattivi”, pena esclusione, non potranno far altro che alimentare il senso di austerità e di insicurezza, anche in chi in Italia cerca solamente l'occasione di una vita migliore.

Il paradosso risiede nella stessa dichiarazione d’intenti del provvedimento: integrazione che poggia le sue basi sull’esclusione e non su politiche che la favoriscano, quali il diritto di cittadinanza, la lotta al razzismo, la prevenzione delle discriminazione, il solidarismo multietnico, senza dimenticare il problema degli alloggi e quello del lavoro (gli stranieri in Italia producono quasi il 10% del PIL e rischiano la propria permanenza in caso di perdita di occupazione).

Venendo invece alle questioni pratiche, l’accordo non ha dotazione finanziaria. La parte relativa ai corsi di lingua e di cultura civica sarà seguita da enti locali, associazioni, ecc.; mentre tutte le procedure tecniche ed organizzative saranno affidate agli Sportelli unici per l’Immigrazione, che già a fatica riescono a far funzionare la macchina burocratica dei titoli di soggiorno.

Insomma, molte questioni sono da chiarire e da mettere alla prova. Si dovrebbe partire forse dal presupposto che la difficoltà con cui l’Italia accetta un futuro multi-etnico, è dovuta ad un disagio sociale in cui italiani e stranieri versano, alla diffusa povertà, alla disoccupazione.

Quando è lo stesso Governo ad avere il pregiudizio stereotipato dello straniero che manca di volontà nell’inserimento all’interno della società, e si sente costretto quindi ad imporre la “patente di residente italiano a punti”, difficilmente si potrà pretendere che una cultura del rispetto si possa diffondere a tutti i livelli.