"STATUTO DEI LAVORATORI, LA SFIDA CONTINUA"

 Il 20 maggio ricorre il 40esimo anniversario dell’entrata in vigore della Legge 300, più nota come Statuto dei Diritti dei Lavoratori. Una ricorrenza che deve far riflettere sull’importanza che questa legge ha avuto per i lavoratori e per le stesse organizzazioni sindacali. La normativa, infatti, è nata nel contesto di un mercato del lavoro in forte espansione, nel quale la regola era l’assunzione a tempo indeterminato e le  aziende avevano, di solito, grandi dimensioni: le tutele sindacali erano limitate ai contratti e quindi il lavoro si svolgeva in assenza di tutele giuridiche. Lo Statuto ha introdotto principi di democrazia all’interno delle aziende, come il diritto di organizzarsi in sindacati, quello di potersi riunire in assemblea, la tutela contro il licenziamento dei dirigenti sindacali e  complessivamente, la salvaguardia della dignità del lavoratore. L’evento è stato sicuramente storico e ha segnato fortemente un’epoca.  Parlarne però senza tenere conto dei cambiamenti che sono intervenuti in questi decenni apparirebbe parziale: lo stesso Gino Giugni, che insieme a Brodolini e Donat Cattin, fu fautore di questa legge già negli anni scorsi aveva posto il problema di una revisione e un adattamento dello Statuto. Il mercato, dalla seconda metà degli anni ’90, è diventato sempre più precario, a seguito di leggi che ne hanno consentito lo sviluppo, l’apparato produttivo si è caratterizzato per essere sempre meno ampio e più organizzato nella logica delle filiere che ha comportato lo sviluppo di piccole aziende: oggi circa il 90% di queste ha meno di 10 dipendenti. Tale evoluzione ha ridotto sempre più il numero di lavoratori che possono ricorrere allo Statuto.  Il problema, oggi, è quindi come attualizzare la Legge 300 per arricchirlo con una difesa che si estenda a tutti. La legge esprime tutele che molte volte si confondono con i diritti: mentre questi ultimi, oltre a essere garantiti dalla Costituzione, sono inalienabili (si pensi, per esempio, alla non licenzi abilità di un lavoratore per ragioni di sesso, razziali, religiose, sindacali o simili), le prime possono invece evolversi con il mutare delle condizioni socio-economiche. Per esempio: un lavoratore licenziato da un’azienda è oggi più tutelato da una legge che obbliga alla riassunzione o da una che impone una forte penalizzazione all’impresa (come tre anni di stipendio per un licenziamento immotivato?). La sfida dei prossimi anni si gioca proprio su questo piano: come passare da uno strumento di tutela per una fascia sempre più ristretta di lavoratori ad uno che ne tuteli l’insieme. Un po’ come è successo per la cassa integrazione, che da ammortizzatore solo per aziende industriali si è ampliato “in deroga” a praticamente tutti i comparti produttivi.

Marco T. Cicerone,
segretario generale Uil Bergamo

(da "L'Eco di Bergamo" del 20 maggio 2010)