COSA RIMANE SULLA GRU. IL SENSO DI DUE SETTIMANE IN SOSPENSIONE

di Rossella Valente

 La gru di Brescia è la gru d’Italia, è l’emblema e il luogo dal    quale è stato lanciato il grido di un disagio, in un dibattito che non  conosce confini, che non è possibile circoscrivere entro i limiti  geografici di una sola città. Tutti quanti ci dobbiamo sentire  coinvolti, in quanto attori di una società che va sempre più verso    un modello cosmopolita, e in cui è tempo di riconoscerci. 

La vicenda è però anche emblema di un’attitudine italiana, che rischia di diventare abitudine, a non percepire come urgenti alcune questioni. E il rischio è quello di innescare un processo a catena di rivolte e proteste estreme; dalla gru di Brescia alla torre di Milano, il passo non è poi così lungo, ma rappresenta quantomeno un segnale di una mobilitazione dinamica in atto.

Non è essenziale focalizzare l’attenzione sul fine o sull’efficacia della protesta: i sei temerari non avrebbero mai potuto centrare l’obiettivo di ottenere il permesso di soggiorno con tali strumenti, né scampare al destino che il “foglio di via” ha in serbo per loro.

E’ impensabile e, persino antidemocratica, la sola idea che chiunque sia alla ricerca di una soluzione al proprio problema, possa pretendere di ottenerla minacciando di buttarsi da una gru.
Nessuno Stato che si rispetti, che dovrebbe fondare la propria efficienza sull’esistenza del Diritto, può piegarsi di fronte a richieste che siano personali o che rappresentino altresì le volontà di un gruppo; nondimeno nessuno Stato che si rispetti creerebbe un precedente di tal genere, che non potrebbe far altro che scatenare le medesime pretese anche da parte di tutti quelli che sono rimasti sulla terraferma.  

Ciò che deve interessare la società civile, le istituzioni è la ragione per la quale la protesta si concretizza; e una protesta di tal platealità assume un’importanza cruciale quando scalfisce quel momento in cui l’indugio non è più ammesso, quando l’esasperazione prende il sopravvento sulla razionalità delle soluzioni. 

Il dibattito sull’immigrazione perdura in Italia da ormai oltre un decennio, senza mai trovare il sistema che riesca a garantire a coloro che entrano dalla frontiera italiana, una sicurezza nello stile di vita che comprenda un lavoro e una casa.
Molti sono i punti ai quali occorre un cambiamento, e in generale urge la costituzione d’un sistema che sia governato da norme coerenti e non dominato – come è avvenuto fin d’ora – dall’incertezza, dai tempi d’attesa per i rinnovi dei permessi, e dalla disinformazione.

Una delle incongruenze è la sanatoria stessa del 2009, oggetto della protesta di Brescia, che ha dato la possibilità di emergere dal sommerso e ottenere un titolo di soggiorno solamente a colf e badanti, lasciando un enorme punto di domanda sulle teste di centinaia di migliaia immigrati che sono occupati nel settore dell’industria, agricoltura e pesca e che costituiscono oltre il 40% dei lavoratori stranieri, oltre a tutti gli occupati nel settore dei servizi che non rientrano nella categoria colf e badanti. Non c’è da stupirsi se la sanatoria abbia sfornato migliaia badanti che nella realtà fanno tutt’altro genere di mestiere nella vita…

Oltre ai dubbi sulla natura del provvedimento, dobbiamo soffermarci sulla gestione della sua messa in opera: il primo decreto escludeva l’accesso alla domanda di sanatoria a chi aveva ricevuto il foglio di via per reati quali furto, rapina, violenza sessuale, riduzione in schiavitù o altri di grave entità. Solo successivamente la circolare Manganelli ha introdotto la clandestinità come reato, contemplato fra i requisiti di esclusione, respingendo di fatto le domande di chi aveva già il foglio di via, che aveva pagato già le 500 euro previste dalla presentazione della domanda, che aveva nel frattempo pagato i contributi e in qualche caso, anche ceduto al ricatto di qualche fasullo datore di lavoro che per essere tale sulla carta ha chiesto una onerosa “parcella”. 


Cosa rimane di tutto ciò, ora che sulla gru non c’è più nessuno?

Il destino dei sei è forse quello di tanti lottatori che - come la storia insegna - per conquistare nuovi diritti, devono patire gli effetti della loro assenza.
Un’azione come quella di Brescia, che potrebbe apparire come un mero gesto dettato dalla disperazione, auspichiamo invece possa indurre ad una riflessione perché nessuno più sia costretto a stare sospeso a 30 metri d’altezza, per rivendicare i propri diritti. 
I sei non avranno forse il merito di aver ottenuto ciò che chiedevano o di aver attirato l’attenzione di chi avrebbe la competenza di occuparsene, ma avranno il merito di aver sollevato un problema, che altrimenti sarebbe rimasto totalmente inascoltato.